Paolo Gubitta, UniPd: “Covid cambiamento irreversibile, abituarsi alla cultura digitale”

27.01.2021 • Antonella Cimagalli

Collaborazione tra aziende per ridurre il rischio, sostegno a quei settori che faranno fatica a ripartire, entrare nell’idea che alcuni modelli di business sono cambiati per sempre e dunque assecondare questi cambiamenti. Il professor Paolo Gubitta insegna Organizzazione aziendale all’Università di Padova, è presidente del corso di laurea in Economia, ed è anche il direttore scientifico dell’Osservatorio Professioni Digitali e Lavori Ibridi: ci ha raccontato cosa aspettarci quando ci lasceremo la pandemia alle spalle, come sono cambiate le aziende in questo periodo, ma anche a che punto è la digitalizzazione nel nostro Paese.

La pandemia ha portato un nuovo modello di business, in cui la digitalizzazione ha avuto un ruolo chiave. Tuttavia, sebbene lo smart working sia entrato nella vita di molte aziende, i dati resi noti dall’Istat lo scorso dicembre (relativi al periodo settembre-ottobre 2020) ci dicono che, per esempio, il 37% delle aziende venete ha trovato nel lavoro agile un peggioramento dell’efficienza dei processi produttivi. Insomma, la cultura digitale è ancora guardata con diffidenza…

“Non c’è da stupirsi più di tanto, è vero che abbiamo sdoganato lo smart working, ma è altrettanto vero che non è stata una decisione deliberata, ma un cambiamento subìto. Lo smart working è arrivato a causa di un evento imprevedibile, fulmineo, paralizzante, direi estremo, come è stato lo scoppio della pandemia. C’è chi era già pronto, perché aveva investito nel redesign di alcuni processi, nella formazione delle persone e nel ripensamento delle modalità di lavoro. C’è chi invece allo smart working non aveva mai pensato e chi addirittura lo aveva evitato volontariamente”.

E quindi? Le aziende si stanno abituando ai cambiamenti?

“Il nostro Paese non poteva immaginare un evento del genere e non tutte le aziende avevano fatto investimenti. Ci si sta abituando per forza di cose, anzi: non torneremo indietro. Siamo davanti a un cambiamento che sarà irreversibile: saremo di nuovo in azienda, ma si diffonderanno nuove abitudini, che le imprese devono essere pronte ad assecondare, come la cultura digitale. La cosa da fare, è aiutare le aziende a ridisegnare i processi produttivi.”

Dopo i vari sussidi e ristori, è arrivato il momento di pensare a un rilancio dell’economia. Quale potrebbe essere la “ricetta”?

“Su sanità e infrastrutture si diranno le solite cose, a prescindere dalla pandemia. A mio parere invece, si può riflettere su altri aspetti. Ci sono alcuni settori – penso a filiere come cultura e ospitalità – che avranno bisogno di un immediato supporto, perché la “low touch economy” si protrarrà ancora per qualche tempo. Per questi settori serve un’azione mirata, perché il ricordo del distanziamento sociale lascerà il segno. Servono anche gli adeguati strumenti giuridici per ripartire subito: snellire le procedure per agevolare gli aiuti per imprese, lavoro e famiglie a fronte di eventi estremi, proprio come quello che stiamo vivendo”.

Le misure di sostegno alle imprese, quale contributo possono dare alla ripartenza?

“Siamo in un periodo di minore propensione alle spese, vista l’insicurezza economica. Le misure funzionano, soprattutto se abbinate ad una visione più ampia, come dicevamo poco fa. Gli incentivi fanno assumere meno rischi: proprio l’incertezza del futuro porta ad optare per soluzioni per gli investimenti con logiche di posticipo della scelta finale, penso ad esempio al leasing”.

Ormai in molti si chiedono non più “quando torneremo come prima”, ma “come vogliamo essere dopo”. Qual è il futuro delle imprese italiane?

“Molte imprese hanno percepito di non essere più in un’isola felice. Tutti hanno capito cosa vuol dire essere interdipendenti con altre economie. E chi ha una struttura multi-localizzata è in vantaggio perché rischia meno. Tutto quello che stiamo vivendo, deve insegnare alle imprese più piccole ad agganciarsi alle supply chain, anche se sarà più difficile competere. Infine, bisogna puntare sull’organizzazione interna: smart working, fidarsi delle maestranze e digitalizzazione”.

 

 

 

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